E-commerce come Shein o Temu (solo per citare i più grandi fenomeni degli ultimi 3 anni), piuttosto che Aliexpress o Banggood, hanno fatto la loro fortuna proprio su questo. Prodotti complessivamente funzionanti o gradevoli nell’aspetto, a costi letteralmente ridicoli, da ricevere comodamente a casa, piuttosto che sul luogo di lavoro.
Sarà capitata a tutti ormai almeno una delle pubblicità (per nulla invasive tra l’altro…) di questi siti, che offrono la qualunque, spesso per cifre che ormai non garantiscono neanche un caffè al bar.
Fast fashion marketing
Quale utente allora, di fronte ad offerte apparentemente così vantaggiose, o comunque ad azioni di marketing così mirate, riesce a non farsi tentare, cliccando spensieratamente su “compra ora”?
Ciò di cui non ci si rende mai conto però, è che dietro ogni nostro click si cela un meccanismo malsano, che ripetuto per tutti gli acquirenti attivi dei vari siti, porta a conseguenze devastanti.
Il lato oscuro di queste realtà
Sempre più spesso, infatti, emergono inchieste che portano a galla il vero lato oscuro di queste realtà. Questi e-commerce ormai (come da tantissimo tempo anche tutte le catene di abbigliamento fisiche) sono colpevoli di una parte notevole dell’inquinamento che minaccia spaventosamente gli equilibri del pianeta.
Proprio la filiera dell’abbigliamento coinvolge processi che hanno impatti devastanti su praticamente ogni elemento della terra.
Non bastasse questo, a condire il tutto troviamo anche, nella maggior parte dei casi, lavoratori costretti in condizioni veramente disumane, con paghe da fame anche per gli standard dei loro paesi.